a-ciambra

Si può leggere in molti modi il film A Ciambra di Jonas Carpignano. Come un documentario socio-antropologico che impietosamente descrive la realtà di un territorio del tutto al di fuori dello stato civile. Una sorta di enclave, “a ciambra” appunto, spartita tra clan di etnie diverse e popolata da “Brutti, sporchi e cattivi” senza ideali né speranze e privati anche di quel sarcasmo con cui Ettore Scola aveva paradossalmente addolcito il dramma dei baraccati delle periferie; personaggi talmente reali, nello sconcertante vuoto culturale in cui sono immersi, da assumere valore entomologico e di denuncia.

Il racconto di un’educazione criminale diventa dunque pretesto per raccontare la storia di un’adolescenza perduta e con poche via di uscita, prima fra tutte l’amicizia –non scontata- con un membro della comunità africana; ma anche guidata da sottili forme di iniziazione sociale che stringono come una morsa il destino del protagonista. Pio, in fondo, è un ragazzo che cerca una sua strada, vuole mostrarsi adulto agli occhi dei familiari e crearsi una vita “normale” di affetti e amicizie, un futuro insomma. Un tema più volte sviluppato dal cinema in maniera più o meno poetica, dai “400 colpi” ai “Figli della violenza” e più recentemente “La Bas”, in cui la criminalità appare spesso, illusoriamente, come unica via d’uscita per una vita dignitosa.

Ma questo film è, soprattutto, vero cinema. Funzioni proprie della tradizione neorealista come scelta di attori non professionisti, utilizzo del dialetto, di ambientazioni reali, non impediscono che una sceneggiatura a orologeria si sgrani progressivamente in tutta la sua lucida costruzione. E, nel contempo, la struttura narrativa denota fedeltà agli stilemi del cinema di genere. Infatti, pur in una confezione sorprendente, soprattutto dal punto di vista dell’inquadratura e del montaggio, A Ciambra si rivela fondamentalmente un film di mafia; una sorta di “Goodfellas” 2.0 dove la crescita personale è impastata di piccola criminalità, facili guadagni, tradimento, cieca fedeltà alla famiglia qualunque cosa accada, emulazione degli adulti. E anche gli ambienti e le situazioni sono i medesimi: le riunioni familiari, l’immancabile funerale, i sistemi patri/matriarcali, le ritorsioni e i ricatti, la “strada” che forma e ti forgia sempre più e meglio delle istituzioni scolastiche.

Poi però il film comincia a volare, ancora più in alto. Mi piace pensare che Martin Scorsese, co-finanziatore del film con il suo fondo per autori emergenti, nonché autore de “Il mio viaggio in Italia”, vero atto d’amore per il cinema italiano, se ne sia innamorato anche per via di quel cavallo grigio che in alcuni dei momenti topici del racconto appare come una visione. Simbolo di fuga, sogni perduti, libertà certo; ma soprattutto citazione di uno dei più grandi film sulla criminalità nell’infanzia. Quel “Sciuscià” di Vittorio De Sica che nel 1946 vinceva il suo primo Oscar raccontando il mondo di una generazione di fanciulli senza speranza e per nulla consolatorio; dove si rischiava di diventare criminali per sbaglio, solo a causa della estrema povertà della società, e dove il medesimo (lo stesso?) cavallo assurgeva ad apparizione sovrannaturale, liberatoria e di speranza. Una meravigliosa coincidenza forse, ma non per questo meno magica ed emozionante.

Fabrizio Dividi

Sciuscià

Fabrizio Dividi

Jonas Carpignano al Cinema Romano di Torino (31 agosto, 2017)